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Heavy Meta e Storia – Terza puntata

Oggi primo luglio 2016 ricorre il centenario del primo giorno della battaglia della Somme, riconosciuta dalla storia come una delle più sanguinose battaglie della grande guerra.
I Motorhead ricordano questo evento con la title track del loro nono album, 1916 appunto del 1991.

Lemmy, appassionato di storia militare, racconta nella sua autobiografia che compose la canzone dopo aver visto una serie di documentari e letto dei resoconti e delle testimonianze dei superstiti del primo giorno della battaglia.
La canzone è tutt’altro che nello stile dei Motorhead, una amara ballata con la voce rauca di Lemmy sostenuta soltanto da una tastiera, un violoncello ed un tamburo militare (sinth) che racconta la storia di un volontario giovanissimo ferito ed ucciso durante la prima ondata dell’attacco.

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La battaglia di per se non fu molto diversa dalle centinaia di altre battaglie dei primi tre anni di guerra, solo molto più grande, la rigidità dei comandi, l’obsolescenza delle tattiche e le armi a disposizione dei combattenti la fecero finire come tanti altri attacchi, con il sistematico macello degli attaccanti colti allo scoperto mentre avanzavano.
Dopo un furioso cannoneggiamento delle trincee tedesche durato cinque giorni, vennero sparati oltre due milioni di proiettili, all’alba del 1° luglio venne dato l’ordine di attacco.
Il comando alleato per massimizzare l’effetto della carica aveva anche fatto scavare una serie di mine, gallerie sottostanti le trincee tedesche riempite di gelatina esplosiva (ammonal, nitrato d’ammonio, sostanzialmente fertilizzante agricolo mischiato con gasolio), che vennero fatte brillare da 10 a 2 minuti prima della carica della fanteria.

Alle 7:30 precise del mattino, in un paesaggio alieno devastato dalle bombe e dalle esplosioni sotterranee, le mine più grandi contenevano oltre 20 tonnellate di esplosivo, i fischietti degli ufficiali diedero l’ordine di carica.

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Secondo i piani dell’alto comando, del generale Haig e del suo staff, il bombardamento e le mine avrebbero dovuto spazzare completamente via la prima linea germanica, ed in effetti delle fortificazioni non rimase molto, i fanti però avevano avuto tempo di ritirarsi nei rifugi sotterranei, scavati 10-15 metri di profondità e ebbero così la possibilità di evitare le conseguenze peggiori del bombardamento e di riprendere posizione riparandosi nei crateri e nelle asperità del terreno create dalle granate.

Le obsolete tattiche adottate dalla fanteria Britannica, ed anche dagli altri stati sui fronti di pianura, prevedevano l’attacco in massa ad ordine chiuso, a passo sostenuto, come ai tempi di Napoleone, per il soldato che avanzava per centinaia di metri in un terreno in pessime condizioni, gravato da 25-30 kg di materiale nello zaino questo equivaleva ad un suicidio.

I mitraglieri tedeschi ebbero gioco facile a sparare decine di migliaia di colpi alle dense e lente formazioni britanniche che soffrirono perdite pesantissime già solo nella prima ora dell’avanzata pur riuscendo a cogliere qua e la alcuni piccoli successi.

Cito un solo esempio che a mio avviso rende benissimo la situazione; il Reggimento Reale di Terranova, fanteria coloniale per così dire e quindi inquadrata con i Britannici partecipò all’attacco presso Beaumont-Hamel uscendo dalla trincea alle 8:45. Alla successiva chiamata a raccolta al punto di raduno (un albero scheletrico) 15 minuti dopo l’ordine di attacco, dei 780 uomini partiti all’attacco ne erano rimasti 110 illesi, e per la fine della giornata, il personale del reggimento era ridotto a 68 fanti, nessun ufficiale era sopravvissuto.
Entro la fine della giornata le truppe britanniche contavano oltre 20.000 caduti, e circa il doppio di feriti, molti dei quali caduti entro le prime ore del mattino dell’attacco, le perdite tedesche furono molte di meno, 12.000 tra morti e feriti.

Le conseguenze della battaglia per l’Impero Britannico andarono oltre le perdite immediate; molti dei battaglioni e dei reggimenti arruolati nella prima parte della guerra erano volontari reclutati su base territoriale; molti villaggi, città e colonie videro una intera generazione di giovani dai 18 ai 35 anni, spazzata completamente via determinando così un vero e proprio trauma demografico.

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Una ultima nota, che apparentemente non c’entra nulla; se si confrontano le fotografie dei campi di battaglia con il racconto che Tolkien fa nel Signore degli Anelli, della terra di Mordor e delle forge di Saruman ad Isengard si nota una immediata somiglianza, ma questo non deve stupire, il sottotente Tolkien era presente durante la battaglia, come ufficiale delle comunicazioni (volontario) del Reggimento Lancashire Fusiliers.

Heavy Metal e Storia – Seconda Puntata

Oggi si va a vincere facile; 4 luglio che lo dico a fare? Festa a stelle e strisce del Giorno dell’Indipendenza.
Si va cioè a ricordare la firma da parte dei cosiddetti padri fondatori della dichiarazione di indipendenza delle 13 colonie dall’impero coloniale britannico di re Giorgio III.

Proviamo a dare qualche spunto di approfondimento sulla vicenda.
Prima di tutto, non confondiamoci, la dichiarazione di indipendenza non è da sovrapporre alla costituzione degli Stati Uniti.
Prima cosa; la dichiarazione di indipendenza venne stesa da una commissione di cinque politici del secondo congresso (l’assemblea dei delegati coloniali in pratica) e successivamente firmata da tutti costoro. Tra le firme non troviamo quella di Washington, ma troviamo quelle di Adams, Franklin e Jefferson che in seguito diventeranno presidenti dei neonati Stati Uniti.
Seconda cosa; la dichiarazione è più che altro una esposizione di intenti, in cui si tirano fuori un sacco di concetti come la legge naturale, il diritto alla libertà ed il fatto che gli uomini sono stati creati uguali e che questi diritti non possono venire tolti a nessuno da parte di nessuno e se necessario si va a menare le mani per farlo.

We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.

Il re contemporaneamente viene denunciato come oppressore e tiranno, e ne vengono enumerate le malefatte e si conclude che siccome che non ha ascoltato le richieste delle colonie, queste fanno da sole.

La canzone proviene dal disco “The Glorious Burden” degli americanissimi Iced Earth, tutto incentrato sulla storia americana; da notare il tempo di batteria che sta a metà tra una marcia ed una carica di cavalleria (anche se queste furono rare durante la guerra che fu più che altro guerra di posizionamento e guerriglia di fanterie.

 

 

Fonti: Wikipedia

Heavy Metal e Storia – Prima puntata

Pur senza avere velleità di giornalismo o educazione, proviamo qui nel nostro piccolo a vedere come si possa unire l’utile al dilettevole, ossia ascoltando musica “dura” ; imparare qualcosa.

O meglio, proviamo a sfruttare il gancio datoci da una canzone o da un disco, come spunto per approfondire alcuni episodi storici di una certa rilevanza.

Ecco la canzone da cui partiamo, “Blood Red” da Season in the Abyss degli Slayer. Un disco aggressivo, brutale, uno dei più riusciti del quartetto.

Oggi 5 giugno, andiamo diretti dall’altra parte del mondo, precisamente qui:

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La data è il 5 giugno 1989 e quella che può essere considera la maggiore protesta della Cina contemporanea sta terminando nella maniera peggiore. Circa 100.000 persone, per lo più giovani e studenti erano radunati nella piazza ormai da quasi venti giorni per manifestare.

” Nei giorni migliori della giovinezza dobbiamo lasciare dietro di noi tutte le cose belle e buone e Dio solo sa quanto malvolentieri e con quanta riluttanza lo facciamo. Ma il nostro paese è arrivato a un punto cruciale: il potere politico domina su tutto, i burocrati sono corrotti, molte brave persone con grandi ideali sono costrette all’esilio. È un momento di vita o di morte per la nazione. Tutti voi compatrioti, tutti voi che avete una coscienza, ascoltate le nostre grida. Questo paese è il nostro paese. Questa gente è la nostra gente. Questo governo è il nostro governo. Se non facciamo qualcosa, chi lo farà per noi?” (Estratto dalla dichiarazione degli studenti occupanti la piazza 16 maggio)

A questa richiesta di cambiamento il gruppo dirigente del Partito Comunista Cinese, rispose dapprima con la proclamazione della legge marziale; l’unica voce dissidente fu quella di Zhao Ziyang che di fronte alla piazza si espresse così:

 Studenti, siamo arrivati troppo tardi. Ci dispiace. Voi parlate di noi, ci criticate, tutto questo è necessario. La ragione per la quale sono venuto qui non è chiedervi di perdonarci. Tutto ciò che voglio dire è che voi studenti state diventando molto deboli, è il settimo giorno da quando avete iniziato lo sciopero della fame, non potete continuare così. Più il tempo andrà avanti, più vi danneggerà il corpo in modo irreparabile, potrebbe essere davvero pericoloso per la vostra vita. Adesso la cosa più importante è finire questo sciopero. Lo so, il vostro sciopero della fame mira alla speranza che il Partito e il Governo vi daranno una risposta soddisfacente. Sento che la nostra comunicazione è aperta. Alcuni dei problemi possono solo essere risolti con certe procedure.” (Estratto dalla dichiarazione del 19 maggio).

Ziyang verrà messo agli arresti di lì a pochi giorni. Non è questa la sede per analizzare le richieste dei contestatori, se esse fossero legittime o meno, basti dire che erano molto variegate e affiancavano ad una maggiore richiesta di apertura e libertà, anche molti richiami al Maoismo della prima ora.

La risposta del PCC, e di Deng Xiaoping in prima persona fu una repressione brutale e spietata. La 27esima armata, 200.000 soldati in assetto da battaglia rastrellarono sistematicamente la piazza ed i dintorni dal 3 al 5 giugno; i morti dichiarati dal governo furono 186 fra i manifestanti, le stime si spingono fino a 2500, non disponibili i dati sui militari coinvolti, tuttavia più recentemente alcune comunicazioni fra le ambasciate danno cifre decisamente minori.

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(Jeff Widener, Associated Press, 5 giugno)

Nei giorni successivi il governo Cinese, nella persona di Deng Xiaoping, attuò una vera e propria damnatio memoriae nei confronti dell’evento, accusando i manifestanti di essere controrivoluzionari e di volere rovescare la Repubblica Popolare e di avere attaccato l’esercito che a costo di sacrifici (i caduti vennero detti martiri) era riuscito a preservare lo status quo. Ancora oggi il governo Cinese non fornisce una versione ufficiale dell’accaduto e censura (e talvolta arresta) sistematicamente chiunque all’interno del paese ne parli.