i mostri dell’autobus – parte quinta

Continua la rassegna delle buffe creature che si incontrano nell’ecosistema del trasporto pubblico, qui la quarta parte.

Gli emo
Ora, tutti alla televisione e su internet dicono che l’Italia è piena di emo; ci sono stati i paninari, i metallari, i sorcini e adesso ci sono gli emo. Gli emo sono dei ragazzini ipertricotici che sono sempre depressi, si vestono come dei cartoni animati e si tagliano; io però finora ne ho visti pochini, sarà che si sono suicidati tutti. Gli emo sono tristi e ti mettono tristezza. Smetti di ridere, smetti immediatamente di ridere, togliti l’espressione seria dalla faccia e mettine una depressa, anzi se riesci mettiti a piangere; ecco adesso siamo pronti a parlare di emo. Gli emo sono come gli altri ragazzini e vanno in giro a quattro alla volta, però sono molto più bravi, una volta saliti si mettono in un angolo a piangere educatamente fra loro lamentandosi di quanto il mondo non li apprezzi e non li capisca. Aguzzando l’orecchio si possono cogliere alcune vocalità tipiche: “me tapino”, “che vita di merda”, “oggi piove”, “ieri mi sono tagliato”, “come mi sento triste”, “nessuno mi capisce”, “mia madre dice di tagliarmi i capelli perché non mi si vede in faccia”. Le solite cose, insomma. Tuttavia questi giovani d’oggi sono balzati agli onori della cronaca perché si tratta dell’ultima tribù di ciclopi presente in Eurabiasia, ed è in via d’estinzione. Probabilmente la causa dell’estinzione è dovuta all’eccessiva esposizione di questi giovani d’oggi all’inquinamento. Esattamente come per le carpe, i maschi assomigliano fin troppo alle femmine, perdono i caratteri sessuali secondari e primari, con effetti esiziali sulla continuazione della specie. Inoltre l’onnipresenza della frangia che causa il caratteristico ciclopismo fa perdere ai giovini la profondità di campo nella visione con conseguente difficoltà nella ricerca del partner e nel rapporto con l’umanità in generale. Non ci si può discutere guardandosi negli occhi con chi di occhio ne ostenta uno soltanto. In generale sono inoffensivi, solamente hanno attorno a loro un’aura di tristezza che getta un’ombra di malinconia su tutta la giornata di chi li incontra; saperli riconoscere può certamente aiutare ad evitarli e a conservare al serenità del risveglio. Innanzitutto, malgrado la tribù di appartenenza le loro dimensioni sono tutt’altro che ciclopiche, piccoletti e segaligni non sono mai stati individuati emo di fenotipo maschile sovrappeso, cosa invece assai comune per le femmine (o supposte tali), l’altezza media si aggira attorno al metro e sessantacinque netto (escludendo chiome e acconciature). Sicuramente però la caratteristica maggiormente in vista sono le loro capigliature che si estendono fluenti in tutte le direzioni, curate con attenzione maniacale, sono stimate essere la terza concausa dell’inquinamento idrico superficiale, vista l’enorme quantità di shampoo, tinture e prodotti cosmetici impiegati per il mantenimento. Estesa per una superficie di un buon metro quadrato e lisciata, la frangia emo causa il ciclopismo tipico, ma è utile anche in caso di pioggia, di insetti molesti e per dormire sull’autobus come mascherina per gli occhi. Per quello che riguarda il vestiario i nostri monocoli prediligono il nero chiaro, il bianco scuro, il rosa shocking e il fucsia argentato, sapientemente disposti a quadretti, a teschietti e a righe causando però talvolta l’effetto “Alcatraz”. Il taglio dei vestiti è semplice, pratico ed ultrattillato, jeans “seconda pelle”, magliette del fratellino di 6 anni, felpe da skater americano, scarpe da tennis banali. L’unica eccezione per le femmine è la presenza di gonne con scaldamuscoli che però vengono distrattamente lasciati cadere per evidenziare i tagli, tipici marchi rituali apotropaici di questa tribù. Questo abbigliamento vistoso tuttavia può essere ritenuto in coadiuvante alla loro estinzione poiché li rende molto visibili e facile bersaglio della violenza fisica, verbale e psicologica di bulli, pupe, marinai, metallari e vecchiette, ma dopotutto gli piace, perciò, perché smettere?

La vecchietta acida
Che non è per forza una lei. Potrebbe essere anche un nonnino ottuagenario, che nonostante l’apparenza fragile ha la vitalità e la rabbia di un lottatore di wrestling. Dopo essere salito a bordo del mezzo imprecando perché è troppo in anticipo, perché è eccessivamente in ritardo o perché è maledettamente puntuale; si guarda intorno con aria arcigna mirando per un posto a sedere. Le possibilità sono due o lo trova subito o non lo trova. In entrambi i casi si prospettano guai. In un ristretto numero di casi il nonno addocchia un posto libero entro un metro di distanza dalla sua persona, brontolando si accomoda e prosegue il viaggio lanciando frequenti maledizioni contro i trasporti e l’amministrazione. In ogni altro caso finiscono i guai ed iniziano i drammi. Se il posto libero è distante, diciamo, dal metro e mezzo in su, egli od ella ingrana la ridotta e spingendo e sgomitando i passeggeri inizia a muoversi verso il posto libero. Se munito, percuote i passeggeri con bastone o borsa della spesa. Sua incrollabile convinzione è che la massa di passeggeri che infesta l’autobus, sia li con il solo ed unico scopo di impedirgli di raggiungere il suo sedile personale, e costoro facciano apposta a permanere tra lui ed il sedile quando invece c’è un mucchio di spazio più indietro. Più indietro verso il centro dell’autobus, più indietro verso il fondo dell’autobus, più indietro fuori dall’autobus. Maledicendo gli incivili e scostandoli a bastonate il/la vecchino/a si fa largo nella calca con l’energia di un reparto di marines, sudando come se fosse sul delta del Mekong lanciando lamentazioni contro:

  • gli studenti                    che sono maleducati;
  • gli immigrati                                ”
  • le mamme con bambini               ”
  • i lavoratori                                   ”
  • gli autisti                                      ”
  • i bigliettai                                     ”
  • eccetera                                      “.

Ma soprattutto l’omelia verte sul quanto abbia bisogno di sedersi, poiché è molto affaticata dal processo di salita sull’autobus e di conquista del posto a sedere; tralasciando ovviamente che se fosse salita e rimasta all’ingresso prima sarebbe molto più in forma adesso. Il vero problema è se i posti sono occupati tutti. Il nostro pensionato traccia una scia di sangue fino al centro dell’autobus dove prende di mira l’extracomunitario più stanco, il ragazzino tredici anni più cretino, il pezzente addormentato e inizia a sfrantecargli gli epididimi sul perché non gli abbia già lasciato il posto dieci minuti prima quando stava per salire. Lanciata l’invettiva, l’extracomunitario non capisce e prova a scusarsi, ma l’antico è leghista e ci si mette a litigare gratuitamente, urlando; il ragazzino tredici anni esibisce la propria cretineria e manda il pensionato a maddalene, scatta il rimprovero virulento; il pezzente addormentato si alza e ricomincia a dormire in piedi, l’anziana si siede e incomincia ad insultarlo per principio. La vecchietta acida prende l’autobus per recarsi solitamente dal Coler a Piazza Vecchia (km 1,8), ogni giorno, anche più volte, sempre nell’ora di punta, se ne ignorano le cause; agguati, fili spinati e trappole esplosive non hanno dato risultati.

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2 pensieri su “i mostri dell’autobus – parte quinta

  1. Pingback: I mostri dell’autobus – parte sesta | la scala del pollaio

  2. Abigail

    La vecchietta acida esiste anche nella versione acida e bastarda: non se la prende direttamente con il povero tapino reo di essere seduto perché salito otto fermate prima di lei, tendenzialmente si coalizza con altre nonnine in piedi o sedute e tutte insieme attaccano improperi contro la categoria a cui lo sventurato appartiene. Il tutto con un tono di voce tale che il bersaglio senta e si senta in colpa. STRUNZ.

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