Archivio mensile:settembre 2012

10 Modi per farsi lasciare (maschi contro femmine)

I rapporti sentimentali, si sa, possono non durare, tuttavia certe situazioni possono affrettare la troncatura da parte del partner maschile. Io ne ho provate alcune di sicura efficacia.

Modo 1
Ciao cara, sono gay.

Modo 2
Ciao cara, sono povero.

Modo 3
No amore non ho voglia di fare sesso puttanoso stassera, perché non possiamo solo farci un po’ di coccole?

Modo 4
Tesoro, per san Valentino ti porto a cena fuori! Si andiamo al McDonald di Concesio, che credevi che ti portavo al Vasco Da Gama? Con quello che costa!?

Modo 5
Il fisico. L’accoppiata barba incolta e pancia gonfia di birra sotto capello unto potrebbe deprimere anche la ninfomane più assatanata. Ah, non dimenticate la felpa della tuta con sotto direttamente la canottiera bianca a costine….

Modo 6
Si cara, sono quasi pronto, quando finisce la partita, devo solo trovare una camicia hawaiana che si abbini con i calzini, sai con i sandali ed i bermuda si nota un sacco il colore.

Modo 7
No guarda, non possiamo vederci fino a giovedì prossimo… Perché? Ma che vuoi? Sono cazzi miei!

Modo 8
No cara, tecnicamente è impossibile che un occhio sia splendente come un diamante, hai mai visto occhi bianchi? E poi che tipo di diamante? Con quale taglio? Rotondo, ovale, carré?

Modo 9
Visto che non me lo stai succhiando, che ne dici di farmi un panino?

Modo 10
Non sei tu, sono io!

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I mostri dell’autobus – parte sesta

Si conclude così la rassegna delle buffe creature che si incontrano nell’ecosistema del trasporto pubblico, qui la quinta parte.

Il bullo sadico
Questi individui come tutti i bulli che si rispettino si muovono in branchi di quattro-cinque persone vestiti tutti alla stessa maniera, ossia con impermeabile blu scuro e pantaloni neri. Arroganti in maniera incredibile non si presentano nemmeno alle fermate per salire o scendere; bloccano il veicolo in mezzo alla strada e a forza salgono spingendo di lato i passeggeri oppure per scendere intimano al conducente di farli scendere li dove si trovano. Inoltre impediscono anche fisicamente ai passeggeri di timbrare i biglietti. Una volta che sono a bordo del mezzo continuano ad infastidire i passeggeri con la stessa ossessiva domanda: “biglietti!?” In quanto bulli costoro tendono a prendersela sempre con le persone che non possono difendersi: ragazzini, extracomunitari, mai visto uno che se la prendesse con un maschio, adulto, italico in giacca e cravatta. Di solito individuano il giargianese più analfabeta, magro e sfigato e se la prendono con lui nel caso (quasi certo) in cui non abbia il biglietto, minacciano di chiamare la polizia e sfracelli immani nel caso in cui non concili lì per lì; non è per senso della legge ma solo per il gusto di fare i duri; non vanno certo a fare le storie ai gruppi di muratori ucraini che sembrano Ivan Drago. Non si condanna certo il loro attaccamento al lavoro, semplicemente gli si chiede che lo facciano con un po’ meno di entusiasmo.

i mostri dell’autobus – parte quinta

Continua la rassegna delle buffe creature che si incontrano nell’ecosistema del trasporto pubblico, qui la quarta parte.

Gli emo
Ora, tutti alla televisione e su internet dicono che l’Italia è piena di emo; ci sono stati i paninari, i metallari, i sorcini e adesso ci sono gli emo. Gli emo sono dei ragazzini ipertricotici che sono sempre depressi, si vestono come dei cartoni animati e si tagliano; io però finora ne ho visti pochini, sarà che si sono suicidati tutti. Gli emo sono tristi e ti mettono tristezza. Smetti di ridere, smetti immediatamente di ridere, togliti l’espressione seria dalla faccia e mettine una depressa, anzi se riesci mettiti a piangere; ecco adesso siamo pronti a parlare di emo. Gli emo sono come gli altri ragazzini e vanno in giro a quattro alla volta, però sono molto più bravi, una volta saliti si mettono in un angolo a piangere educatamente fra loro lamentandosi di quanto il mondo non li apprezzi e non li capisca. Aguzzando l’orecchio si possono cogliere alcune vocalità tipiche: “me tapino”, “che vita di merda”, “oggi piove”, “ieri mi sono tagliato”, “come mi sento triste”, “nessuno mi capisce”, “mia madre dice di tagliarmi i capelli perché non mi si vede in faccia”. Le solite cose, insomma. Tuttavia questi giovani d’oggi sono balzati agli onori della cronaca perché si tratta dell’ultima tribù di ciclopi presente in Eurabiasia, ed è in via d’estinzione. Probabilmente la causa dell’estinzione è dovuta all’eccessiva esposizione di questi giovani d’oggi all’inquinamento. Esattamente come per le carpe, i maschi assomigliano fin troppo alle femmine, perdono i caratteri sessuali secondari e primari, con effetti esiziali sulla continuazione della specie. Inoltre l’onnipresenza della frangia che causa il caratteristico ciclopismo fa perdere ai giovini la profondità di campo nella visione con conseguente difficoltà nella ricerca del partner e nel rapporto con l’umanità in generale. Non ci si può discutere guardandosi negli occhi con chi di occhio ne ostenta uno soltanto. In generale sono inoffensivi, solamente hanno attorno a loro un’aura di tristezza che getta un’ombra di malinconia su tutta la giornata di chi li incontra; saperli riconoscere può certamente aiutare ad evitarli e a conservare al serenità del risveglio. Innanzitutto, malgrado la tribù di appartenenza le loro dimensioni sono tutt’altro che ciclopiche, piccoletti e segaligni non sono mai stati individuati emo di fenotipo maschile sovrappeso, cosa invece assai comune per le femmine (o supposte tali), l’altezza media si aggira attorno al metro e sessantacinque netto (escludendo chiome e acconciature). Sicuramente però la caratteristica maggiormente in vista sono le loro capigliature che si estendono fluenti in tutte le direzioni, curate con attenzione maniacale, sono stimate essere la terza concausa dell’inquinamento idrico superficiale, vista l’enorme quantità di shampoo, tinture e prodotti cosmetici impiegati per il mantenimento. Estesa per una superficie di un buon metro quadrato e lisciata, la frangia emo causa il ciclopismo tipico, ma è utile anche in caso di pioggia, di insetti molesti e per dormire sull’autobus come mascherina per gli occhi. Per quello che riguarda il vestiario i nostri monocoli prediligono il nero chiaro, il bianco scuro, il rosa shocking e il fucsia argentato, sapientemente disposti a quadretti, a teschietti e a righe causando però talvolta l’effetto “Alcatraz”. Il taglio dei vestiti è semplice, pratico ed ultrattillato, jeans “seconda pelle”, magliette del fratellino di 6 anni, felpe da skater americano, scarpe da tennis banali. L’unica eccezione per le femmine è la presenza di gonne con scaldamuscoli che però vengono distrattamente lasciati cadere per evidenziare i tagli, tipici marchi rituali apotropaici di questa tribù. Questo abbigliamento vistoso tuttavia può essere ritenuto in coadiuvante alla loro estinzione poiché li rende molto visibili e facile bersaglio della violenza fisica, verbale e psicologica di bulli, pupe, marinai, metallari e vecchiette, ma dopotutto gli piace, perciò, perché smettere?

La vecchietta acida
Che non è per forza una lei. Potrebbe essere anche un nonnino ottuagenario, che nonostante l’apparenza fragile ha la vitalità e la rabbia di un lottatore di wrestling. Dopo essere salito a bordo del mezzo imprecando perché è troppo in anticipo, perché è eccessivamente in ritardo o perché è maledettamente puntuale; si guarda intorno con aria arcigna mirando per un posto a sedere. Le possibilità sono due o lo trova subito o non lo trova. In entrambi i casi si prospettano guai. In un ristretto numero di casi il nonno addocchia un posto libero entro un metro di distanza dalla sua persona, brontolando si accomoda e prosegue il viaggio lanciando frequenti maledizioni contro i trasporti e l’amministrazione. In ogni altro caso finiscono i guai ed iniziano i drammi. Se il posto libero è distante, diciamo, dal metro e mezzo in su, egli od ella ingrana la ridotta e spingendo e sgomitando i passeggeri inizia a muoversi verso il posto libero. Se munito, percuote i passeggeri con bastone o borsa della spesa. Sua incrollabile convinzione è che la massa di passeggeri che infesta l’autobus, sia li con il solo ed unico scopo di impedirgli di raggiungere il suo sedile personale, e costoro facciano apposta a permanere tra lui ed il sedile quando invece c’è un mucchio di spazio più indietro. Più indietro verso il centro dell’autobus, più indietro verso il fondo dell’autobus, più indietro fuori dall’autobus. Maledicendo gli incivili e scostandoli a bastonate il/la vecchino/a si fa largo nella calca con l’energia di un reparto di marines, sudando come se fosse sul delta del Mekong lanciando lamentazioni contro:

  • gli studenti                    che sono maleducati;
  • gli immigrati                                ”
  • le mamme con bambini               ”
  • i lavoratori                                   ”
  • gli autisti                                      ”
  • i bigliettai                                     ”
  • eccetera                                      “.

Ma soprattutto l’omelia verte sul quanto abbia bisogno di sedersi, poiché è molto affaticata dal processo di salita sull’autobus e di conquista del posto a sedere; tralasciando ovviamente che se fosse salita e rimasta all’ingresso prima sarebbe molto più in forma adesso. Il vero problema è se i posti sono occupati tutti. Il nostro pensionato traccia una scia di sangue fino al centro dell’autobus dove prende di mira l’extracomunitario più stanco, il ragazzino tredici anni più cretino, il pezzente addormentato e inizia a sfrantecargli gli epididimi sul perché non gli abbia già lasciato il posto dieci minuti prima quando stava per salire. Lanciata l’invettiva, l’extracomunitario non capisce e prova a scusarsi, ma l’antico è leghista e ci si mette a litigare gratuitamente, urlando; il ragazzino tredici anni esibisce la propria cretineria e manda il pensionato a maddalene, scatta il rimprovero virulento; il pezzente addormentato si alza e ricomincia a dormire in piedi, l’anziana si siede e incomincia ad insultarlo per principio. La vecchietta acida prende l’autobus per recarsi solitamente dal Coler a Piazza Vecchia (km 1,8), ogni giorno, anche più volte, sempre nell’ora di punta, se ne ignorano le cause; agguati, fili spinati e trappole esplosive non hanno dato risultati.

I mostri dell’autobus – parte quarta

Continua la rassegna delle buffe creature che si incontrano nell’ecosistema del trasporto pubblico, qui la terza parte.

The afro party team
Trattasi di un pittoresco ensemble di lavoratori extracomunitari non svizzeri, che si incontrano sull’autobus. Costoro adoperano il mezzo per recarsi dal proprio domicilio al luogo di lavoro e viceversa. Se incontrati da soli non sono solitamente interessanti, in quanto principalmente riposano, in maniera molto più composta e generalmente più educata del “pezzente addormentato”. Se incontrati a coppie solitamente intrattengono una conversazione in inglese o nella loro lingua tradizionale con toni moderati e contenuti. Il problema sorge se il loro numero supera le tre unità. Scatta allora l’afro party sull’autobus, i tre ridono, cantano e se la contano su come se fossero da soli in tutta la savana: mancano solo i bonghi e le danze rituali. Gli amici del giaguaro sono talmente contenti che non si accorgono di stare inibendo la discesa, la salita ed ogni altra attività sociale e motoria degli altri utenti dell’autobus; l’unico modo di uscirne è fare festa con loro, magari non si scende alla propria fermata, ma almeno ci si diverte.

I bambini pestiferi
Che in realtà non sono da soli. Si tratta di un terzetto composto da madre affaticata e due mocciosi di 8 e 9 anni di età, maschio e femmina. Se incontrati al mattino al pari dell’Afro team party non sono di nessun rilievo; si limitano ad occupare spazio e a produrre anidride carbonica; se incontrati la sera sono la peggio cosa che si possa avere nelle vicinanze. I bambini si odiano fra di loro come gli irlandesi con altri irlandesi, il bambino maschio è il cocco della mamma e la mamma se ne frega di tutto quello che fa. La bambina non può fare nulla che il fratello attacca a romperle le scatole, se gioca con un videogioco le schiaccia i tasti a caso, se ascolta della musica le strappa le cuffie, se legge le urla nelle orecchie e via di seguito. La bambina si lamenta con la madre che sbuffa e borbotta qualcosa al figlio il quale se ne sbatte altamente e la quale ricomincia a farsi i fatti suoi. Il tutto in un crescendo ovviamente di rumore e di offensività fino al punto di rottura in cui la bambina giustamente cerca di sfasciare le corna a suo fratello, quasi ce la fa, il marmocchio piange. All’udire ciò la madre esce dal letargo e riempie di sberle la bambina che piange pure lei. Poi si riparte da capo, a ruoli invertiti. Il popolo vorrebbe prendere a legnate il bambino, la bambina e ovviamente la madre, quando la risoluzione è quasi presa; la sventurata trascina la prole lacrimevole verso la porta e scende, sarà per la prossima volta.

I mostri dell’autobus – parte terza

Continua la rassegna delle buffe creature che si incontrano nell’ecosistema del trasporto pubblico, qui la seconda parte.

Il pezzente addormentato
Trattasi di un individuo corpulento che dorme. Non fa altro. Sale alla seconda o terza fermata si sposta fino al primo posto libero, ci scarica la sua enorme carcassa ed inizia a dormire. Spesso russa o si agita nel sonno. Imperturbabile da buche, controllori e bambini chiassosi, prosegue nella sua fase rem con la testa inclinata in posizioni stroncatrici di cervicale. Se per disgrazia si è seduto in un posto multiplo, da due o da quattro sedili, tende a straripare e scivolare verso i vicini che si ritrovano allietati dai conseguenti spintoni, sbuffi e grugniti che accompagnano il suo riposo. Si sveglia immancabilmente a 250 metri dalla sua fermata e, in preda al panico, travolge chiunque sulla sua strada verso la porta d’uscita.

 Le galline
Si incontrano prevalentemente il pomeriggio dei giorni prefestivi, sugli autobus diretti verso le zone commerciali delle città. Trattasi di gruppi di fanciulline di sembianza gradevole ma appunto per questo incredibilmente pericolose nonostante l’aspetto inoffensivo (un po’ come Damien, però peggio). La numerosità di questi homo-sapiens-acquistans varia proporzionalmente con l’età, secondo una relazione log-decrescente 

dove:

[n] è il numero di galline del gruppo,

[a] è l’età media del gruppo,

la sommatoria indica il capitale a disposizione per gli acquisti,

[w] il fattore di normalizzazione,

[k] è il fattore di popolarità dell’organizzatrice del pomeriggio in centro.

L’ingresso sul mezzo è solitamente preannunciato da un gaio cicaleccio in un idioma poco comprensibile in cui predominano dittonghi e iati, parrebbe in particolare mutuato dall’italiano di un bambino sdentato di tre anni. Le pulzelle dirigono esse stesse verso la parte posteriore del mezzo, si accatastano negli ultimi posti e iniziano a comunicare con l’orbe terraqueo. Estraggono i loro telefonini e iniziano a digitare sui tastini con i pollicini. Sono talmente rapide che l’orecchio umano distingue solo un ticchettio a 300 cicli per minuto, sufficienti ad inviare quattro messaggi in due minuti mentre nel frattempo continua la conversazione con le amichette. I temi principali sono due: che razza di antropoide obeso, antipatico e sfortunato sia la nuova fiamma della loro ex fiamma e quali saranno gli acquisti da effettuare per, appunto, porre una toppa alla falla nei loro cuori; generatasi a causa del lascito. Gli epiteti più comuni sulla sfasciacoppie sono; “roia”, “sfigata”, “cessa”, “lurida”; lui è semplicemente definito come “stronzo”, “bastardo”. Il mettere insieme tutti questi elementi porta ad alcune interessanti considerazioni sulla loro vita di coppia ormai felicemente conclusa, prima di tutto il nostro lui è un fesso ma non troppo; secondo la nuova fiamma evidentemente cede un po’ di più alle avances affettive e non fa solo finta, non se la tira da qui fino a san Faustino, è un po’ solare e non una musona e non passa 21/24 della sua giornata nella cura della persona; terzo il nostro eroe è in grado di correggere il tiro. Inutile precisare che al ritorno sono molto più chiacchierose che all’andata, infatti aggiungono ai propositi di acquisto anche le recensioni ed i pareri sull’acquisito avvenuto. Oltre naturalmente alle considerazioni a proposito dello scopo degli acquisti; fare colpo sul prossimo, futuro “stronzo&bastardo”.

I mostri dell’autobus – parte seconda

Continua la rassegna delle buffe creature che si incontrano nell’ecosistema del trasporto pubblico, qui la prima parte.

Le Megere
Questo gruppo di donne è composto da un muliebre trio di età spaziante dai 32 ai 57 anni manifestante la tipica loquacità femminile esasperata dal consumo mattutino di caffé. Costoro si collocano abitualmente ai tre quarti dell’autobus occupando con borse e borsette un’estensione pari a quella di un cantone svizzero, esse salgono alla prima fermata e scendono due fermate prima del capolinea al solo scopo di dare più fastidio possibile. Carburate a caffeina le signore in questione si sentono in dovere di portare avanti una conversazione ad un volume udibile dal 68% della plebe utilizzante il mezzo in questione. Per ottimizzare la caffergia e rompere meglio le scatole al prossimo costoro si dividono i compiti. La minore di età parla, la mezzana fa grandi segni di diniego con la testa e la terza più anziana monosillabizza. Di cosa parla le minore (poiché è l’unica ad articolare delle sequenze coerenti contenenti almeno soggetto e verbo)? Principalmente della sua famiglia, la bambina ha fatto questo, la bambina ha fatto tanta cacca, il suo papà l’ha portata al parco, la bambina guarda i cartoni, il suo papà le vuole bene e le racconta le favole, e così via bullandosi con il resto del mondo di quanto sia soddisfatta del suo essere madre. Ignoti i motivi per cui non dica “mia figlia”, “mio marito”. La seconda non è mai d’accordo, labbro serrato, occhi obliqui e bocca all’ingiù scuote la testa tentando di esprimersi, la prima non la lascia aprire bocca. La numero tre del trio sintetizza mirabilmente il contributo delle due: “aaahhh!” ; “che tempo schifoso” ; “hai provato la tachipirina” ; “la copre bene?” ; “mangia tanta frutta?”; “non si può andare avanti così”; “è tutto più costoso” ed alte perle simili. Praticamente il Taletiano “tesi, antitesi, sintesi” in versione pianura bresciana, ipovitaminica, lobotomizzata. La loro presenza causa nei passeggeri: insonnia, irritabilità, sentimenti violenti, voglia di infilare in bocca alla mammina le mutande (lercie) della bambina e, perché no, anche quelle del marito.

Ragazzini tredici anni
Definizione mutuata dallo speaker radiofonico Paolo Noise, si presta a descrivere l’adolescente tra i 12 ed i 17 anni particolarmente odioso. Questi fastidiosi primati si presentano in gruppi di 3-9 individui di sesso misto con leggera prevalenza per gli esemplari di sesso maschile in una proporzione 65%-35%. Essi son caratterizzati da una sembianza colorata e vivace e sono in grado di produrre un’ampia gamma di suoni nei quali sono prevalenti le parole: “zio”, “vecio”, “bella”, “porco”, “culo”, “merda”, “profe”; come congiunzione utilizzano i fonemi: “ei”, “oh”, “ma”; tutti berciati e con vocale finale allungata a dismisura. Gli intercalari preferiti: “pota”, “figa”, “casso”, “putana”, ed un’accozzaglia di riferimenti a madri e sorelle dedite al meretricio ed alla sodomia. I simpatici si incontrano sul mezzo pubblico nelle ore tipiche di ingresso/uscita alle scuole medie inferiori o superiori ed il sabato nel pomeriggio. Abbordato il mezzo, scaricano le loro bisacce a terra in corrispondenza della macchinetta e li permangono per tutto il resto del tragitto impegnati nelle attività tradizionali dei primati di questa curiosa schiatta (dette anche le 4 S): spidocchiamento, sputtanamento, scassamento degli altrui maroni e svaccamento; vediamo meglio. I “ragazzini tredici anni” adottano sull’autobus una postura detta “decomposta” che permette di mantenere la spina dorsale nella posizione più orizzontale possibile. Questa collocazione obliqua-orizzontale li porta ad occupare più sedili con una sola carcassa, poggiando eventualmente i piedi puzzolenti sul sedile di fronte; tuttavia questo spreco di spazio viene parzialmente compensato dalla prima S lo spidocchiamento. È infatti di costume, per i maschi alfa e beta del gruppo, tenere una femmina sulle proprie appendici inferiori (altrimenti dette impropriamente gambe) e con la di lei presenza trastullarsi durante il viaggio, incuranti del decoro degli altri passeggeri. Sebbene in certi soggetti questo comportamento generi simpatia, in altri (97,34% del campione intervistato) da origine a sentimenti antidemocratici di odio e violenza gratuita e non necessaria, coadiuvati anche dalla colonna sonora che essi producono (specificato più avanti). I soggetti non impegnati nelle attività di cui sopra si dedicano alle due rimanenti che vengono effettuate con un volume pari a 74 dB misurati in condizioni standard. In particolare l’indirizzo dello sputtanamento sono i compagni più tristi e sfortunati che vengono bellamente sbeffeggiati, gli ammaestratori dello zoo che frequentano (altrimenti detto scuola) che si prendono i peggio insulti e il resto dell’universo. Talvolta però il resto dell’universo comprende qualche manovale di sembianze neanderthaliane che, un poco irritato, provvede a distribuire i loro pezzi in una corsia di ospedale. Lo scassamento degli altrui attributi avviene in realtà come conseguenza delle attività suddette, talvolta coadiuvato da cellulari cacofonici, lettori mp3 acufenoforici, richiami di caccia e di stagione di accoppiamenti.

Ma come fare a riconoscerli?

Innanzitutto si è parlato della numerosità del branco che solitamente non va oltre la diecina di esamplari, questo per permettere chiaramente ad uno-due leader di emergere senza troppi conflitti. L’abbigliamento maschile prevede, scendendo dall’alto verso il basso: cappellino da baseball appoggiato sulla parte posteriore del cranio, come se qualcuno gliel’avesse alzato sputandogli in faccia, sopracciglia di varia foggia, opzionali uno o più piercing. Successivamente felpa del fratello più grasso con cappuccio e piumino attillato di due taglie più piccole. Mutande a vista, spesso con scritte idiote quali: “Uomo” ; “Gucci” ; “Cavalli”; “Asini” eccetera. Jeans a vita bassa, ormai sdoganati dal tempo ma stretti da spille da balia alle caviglie come i ciclisti, sebbene l’ultima bici che hanno visto non aveva nemmeno le ruote. Chiudono il quadro scarpe da ginnastica con una colorazione uscita da un trip lisergico. I look femminile è decisamente simile salvo il berretto, l’uso di intimo di foggia molto ridotta ed una tripla dose di psicotropi nella colorazione.

I mostri dell’autobus – parte prima

Data la mia condizione di povero, (prima studente povero, poi lavoratore povero, attualmente povero-povero) sono sempre stato forzato ad utilizzare il trasporto pubblico per muovermi nella giungla metropolitana. Sono oramai oltre dieci anni che uso il mezzo “autobus” (un’antica parola etrusca che significa “luogo fetido, umido e scomodo dove si è tutti pressati e non ci si diverte”) e ho imparato alcune cose che ritengo possano essere utili ai novizi di questa forma di trasporto estremo.

Il veicolo
Indiscusso protagonista e fautore del trasporto su gomma urbano per plebei, è l’autobus, ne esistono varie categorie:

  • desueto, oramai usato solo per trasportare gli hooligan del Brescia Calcio, è caratterizzato dal motore a vapore e dal filo spinato al posto dei vetri dei finestrini;
  • vecchio, caratterizzato da un motore diesel rumorosissimo che inibisce la conversazione da metà in poi; spesso il circuito pneumatico delle porte si guasta, per cui l’autobus viaggia con le porte spalancate (a gennaio) o saldate (a giugno), obbligando i passeggeri ottuagenari ad uscire dal finestrino o a forzarle con rastrelli ed altri attrezzi;
  • quasi vecchio, propulso da una poderosa turbina a metano, che ogni tanto esplode, è il veicolo più comune della rete; possiede la terrificante caratteristica di avere le macchinette timbratrici locate in due colli di bottiglia, per cui si è costretti a storpiare gli altri passeggeri per potere timbrare il biglietto; per lo stesso motivo il transito dalla salita al centro del mezzo è particolarmente complesso in presenza dei “ragazzini tredici anni” (vedi più avanti);
  • quasi nuovo, progettato per risolvere le gabole del quasi vecchio, affronta il problema eliminando il 74% dei posti a sedere, causando valanghe di nonnine, smottamenti di bambini e frane di valigioni magrebini.

Tutti questi modelli sono stati progettati da un ingegnere meccanico in un giorno di diarrea devastante; poiché sono accomunati da diverse proprietà che tendono a scoraggiarne l’uso o quantomeno a facilitare l’eliminazione fisica dei passeggeri. Ad esempio il mezzo è completamente privo di un efficiente sistema di riscaldamento, i termoconvettori emanano aria rovente che cuoce ogni oggetto nel raggio di un metro, ma oltre questa distanza si perde completamente ogni effetto, ripiombando in un freddo siberiano. Inoltre è provvisto di un efficientissimo sistema di umidificazione, attivo solo nei giorni di pioggia, l’autobus infatti si trasforma nel delta del Mekong con acqua che gocciola dovunque e un’atmosfera paludosa nell’etere. I finestrini per qualche oscura legge cosmica sono bloccati in estate ad anche in inverno. Più precisamente bloccati chiusi in estate e bloccati aperti in inverno.

L’autobus ha due regimi di marcia: “a strappi” ed “Indianapolis”. Quando si viaggia “a strappi” l’autista utilizza solo la prima marcia ed il freno a mano. Se non hai la cervicale, ti viene; alternativamente i passeggeri sono schiacciati all’indietro frantumandosi le vertebre sugli appositi sostegni, in corrispondenza dei rettilinei; oppure vengono catapultati in avanti alle fermate sfigurandosi e sputando denti dopo l’impatto con le sovrastrutture. Molto frequenti i casi di bambini che assicurati dalle madri ai pali ed alle maniglie, passano il viaggio sventolando come la bandiera dell’Inter durante il derby. L’andatura “Indianapolis” invece è adottata principalmente dalle autiste donne nei tratti più ampi e comodi del percorso quali: Crocefissa di Rosa, San Faustino, il Prealpino, il centro storico e la Maddalena. Costoro per dimostrare di non essere meno abili dei colleghi maschi sovralimentano costantemente il motore per poter esplodere in accelerate da gran premio sorpassando biciclette, altri autobus e pedoni sfortunati. Ovviamente in curva bisogna accelerare di più per potere dimostrare l’abilità, l’effetto collaterale è che i plebei stipati nel retro del mezzo si ritrovano a birillare nelle quattro direzioni; abbarbicati ai sostegni come dei salami appesi al soffitto. Per i transitori di avvio ed arresto, vedere sopra, solo che è molto peggio.

La fermata
Se sei puntuale, l’autobus è in ritardo, se sei in anticipo è ancora più in ritardo, se sei in ritardo era puntuale. Se fa freddo, piove e magari c’è vento il bus è in anticipo di mezz’ora oppure non passa del tutto; se invece si bolle, non c’è ombra di un ombra.